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Il Trio Matamoros
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di Ferruccio Paoletti

 
Veinte años en mi término
me encontraba paralítico
y me dijo un hombre místico
que me extirpara el trigémino…
 
... ¡Suelta la muleta y el bastón,
y podrás bailar el Son!
 
Hace tiempo que vivía
postergado en un sillón.
y hoy corro la población, negra,
más rapido que un tranvía
 
... ¡Suelta la muleta y el bastón,
y podrás bailar el Son!

Proprio in questi giorni ricorre una data assai significativa per le sorti del son: l'ottantacinquesimo anniversario del leggendario Trío Matamoros!

Nel maggio 1925 – quando fondò con Rafael Cueto e Siro Rodríguez la formazione che sarebbe passata alla storia – Miguel Matamoros aveva trentun anni e un passato pieno dei più disparati mestieri. E così Miguel passò dall'esser falegname, autista, imbianchino, vasaio, addirittura chierichetto della Chiesa cattolica, a distinguersi nell'apprendistato della chitarra, dell'armonica e perfino della corneta china usata nei carnevali d'Oriente, animando le feste in musica a Santiago, praticando per strada ed esercitando la sua perizia nelle lunghe sfilze di serenate tenute sotto i balconi del vivo e fervido quartiere popolare de Los Hoyos, dov'era nato.

Trio Matamoros

Lo sviluppo iniziale del Trío non fu impresa facile, soprattutto per la scelta del repertorio che comprendeva, accanto a boleros, habaneras e pasodobles dell'epoca, quei sones che, sì, in capo a pochi anni sarebbero diventati bandiera cubana per eccellenza, ma a quel tempo venivano ancora rigorosamente banditi dagli ascolti in società, se non proibiti con intento dichiarato, in quanto musica «marginale, da baraccone», o bellamente tacciati d'esser «vainas [seccature] de negros».

... Mamá, yo quiero saber
de dónde son los cantantes
que los siento muy galantes
y los quiero conocer
¿... De dónde serán? Ay, mamá
¿serán de La Habana?
¿serán de Santiago, tierra
soberana?
 
Son de la loma,
y cantan en llano,
tú verás, ¡ya verás!...

Ma la popolarità non era lungi dall'arrivare, e i Matamoros vennero ben presto reclutati per soddisfare le platee americane, da quel momento recandosi ripetutamente a New York, dove avrebbe preso piede il corpus delle loro più importanti incisioni discografiche.

Molti gli ingredienti musicali, le ricette sopraffine che stanno alla base del loro successo. Miguel era ottimo cantante e l'arte della chitarra non aveva per lui segreti: tanto grande la sicurezza che sfoggiava nell'arpeggio e il pizzicato (punteo) quanto spiccato il gusto compositivo nel fraseggio e la capacità di accompagnamento col tipico rasguear che rivoluzionò e consolidò lo stile chitarristico di un'intera nazione. Ma nelle trame strumentali così originali ed espressive del Trío un ruolo di merito altrettanto fondamentale lo svolgeva il tumbao particolarissimo eseguito, con la seconda chitarra, da Rafael Cueto, a realizzare un gioco poliritmico irresistibile [come spiega Helio Orovio nel suo "Diccionario" descrivendone appunto il tumbao che tanto «resaltaba por su eminente sabor cubano», Cueto «aveva creato un vero e proprio modello ritmico, basato su:

a) il movimento melodico/armonico eseguito con le corde basse
b) uno speciale glissando suonato in senso inverso, cioè a partire dalle note acute per finire con la più grave, e
c) in aggiunta, la percussione della chitarra stessa – ottenuta con le dita della mano destra completamente aperta – in prossimità dell'apertura della cassa armonica»].
 
Trio Matamoros

Dunque un impianto scarno, quello originario (di soli tre strumenti), ma oltre modo poderoso! Con la trascinante macchina propulsiva animata dallo stile chitarristico tutto speciale di Cueto, e da Rodríguez alle maracas e clave, autentico tappeto volante sul quale si stagliavano scintille, il genio ispirato di Matamoros, capace di fondere – fra i primi – il fascino delll'antico cantare ispanico con i ritmi africani in un crogiuolo dai colori e dalle vibrazioni specialissime, come solo nelle vere opere d'arte accade, quell'andamento musicale irresistibile ed esaltante cui lo studioso Danilo Orozco diede il nome, unico appunto, di "Marcha matamorina".

Dopo una vita fortunatamente costellata anche di fasti e successi – all'Avana come a New York – quando infine si ritirò dall'attività Miguel Matamoros volle ritornare nella sua città natale, e culla del son, Santiago de Cuba: lì sposo una vecchia fiamma di gioventù (Mercedes, «la santiaguera de mi amor») e rimase fino alla morte, circondato dall'affettuosa stretta della sua gente.

«Nosotros los trovadores la più umile categoria, nella quale amava schierarsi questo grande le cantamos a la vida desde la vida... y desde la muerte le seguiremos cantando a la vida»

[Noi 'trovatori' cantiamo la vita finché siamo in vita, e... quando saremo morti continueremo a cantar la vita!]

Miguel Matamoros



 
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