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di Valerio Perla 

Eccomi di fronte alla pagina vuota per parlare di Son e come un martello mi ritornano vecchissimi ricordi scolastici quando studiavo storia del paesaggio agricolo...   Mi tornano in mente le parole del professore di allora che parlava dei latifondi, delle dimensioni e dei problemi economici che ne derivavano nella gestione. Allora per me erano solo grandi appezzamenti di terreno ma adesso relazionato ai miei studi attuali quelle parole mi fanno pensare. Un latifondo nella Cuba della fine ‘800 era un'isola per niente felice. Governata da gruppi familiari stretti e siccome circondati da una moltitudine culturale chiassosa molto attaccati alle proprie tradizioni (Victor Turner, l'antropologo, tratteggiava il radicamento alle proprie tradizioni rispetto ad una "aggressione" esterna con il termine: Liminalità). Non è un mistero che la maggior parte dei latifondisti dell'epoca erano Spagnoli o al meglio Canari e quindi le tradizioni a cui facevano riferimento erano il parco vastissimo di quelle iberiche. Nell'oriente vasto e assolato c'era poi il problema, non indifferente, degli spostamenti, in particolare quelli notturni non proprio sicuri se vogliamo credere alle cronache sul banditismo cubano.  

Ecco quindi giustificata l'esistenza a Cuba dei trovadores ovvero musicisti itineranti che portavano letteralmente la festa podere per podere. Questi trovadores dominavano un vasto repertorio di musica da ballo come Zapateos, Rancheras, Puntos, controversias, Guarachas, Boleros y canciones ed addirittura danzones e un po' di tutto di quello che la moda del momento imponeva. In questa ricetta dobbiamo aggiungere che la tradizione culturale dell'oriente cubano fu ampliamente contaminata da elementi culturali provenienti in particolare da Haiti (e quindi francofoni) a seguito della rivoluzione del 1798. Va aggiunta anche la predominanza etnica di schiavi di provenienza Bantù (Basso Camerun, Congo) per motivi che evidenzieremo successivamente. Questi duos o trios di trovadores utilizzavano cordofoni per accompagnare i loro canti e come strumento a percussione al massimo una coppia di maracas o di claves. I cordofoni erano rappresentati variamente da: arpa, tres, laud, tiple, bandurrias, cuatro, eccetera.  

Il son nasce da questi ingredienti aiutati dall'elemento creolo così predominante in una società come quella cubana. Il son ha avuto come culla nascosta i grezzi suoni nei palenques sperduti tra i monti che ospitavano comunità di negri cimarrones (fuggiti alla schiavitù) e si è nutrito delle cellule ritmiche così tipiche della musica bantù. Ha saputo trasformarsi e diventare una realtà urbana capace di spazzare via la predominanza del danzon nei cuori della comunità negra cubana.  

Quei trovadores diventarono cuartetos nella ora raggiungibile Habana collegata dalla nuova linea ferroviaria (1899) poi sextetos ed infine Septetos ed ancora oggi questi ultimi due nomi identificano un gruppo che esegue son tradizionale.  

Il son ha una struttura tipica ed estremamente comune formata da: una intro, un tema, un bridge (ponte), un ritornello, uno special, spesso un altro ritornello ed una fine. Le caratteristiche del son non si fermano alla struttura ma nella strumentazione molti (tra cui mi annovero) considerano il "son tradizionale" unicamente quello suonato dalla strumentazione tipica formata cioè da: tres, chitarra, contrabbasso (o marimbula, o botijuela) primo cantante con in mano clave, secondo cantante con in mano maracas, bongò e in quelli più "moderni" (!) la tromba. Quello "moderno" è altro...  

Ogni parte strutturale ha le sue caratteristiche che i puristi apprezzano e marcano come muro invalicabile. In una intro che si rispetti il giro che il tres esegue marca sempre la clave con una "trampita" (una trappoletta) in cui bisogna fare molta attenzione a non cadere pena uno sguardo di disappunto tra i musicisti. Nel tema poi c'è una grande attenzione al fraseggio del bongò misuratissimo e sempre a lancio delle frasi del cantante ed ad ogni respiro di quest'ultimo. Il bridge è il segnale per i ballerini che sta per arrivare la parte ballabile e cioè nel montuno o ritornello. La velocità sale in modo impercettibile ma deciso come una tensione che ancora deve trovare uno sbocco. Il coro si alterna con la tromba per lasciare il tempo al cantante di riprendere fiato dopo il tema. Il contrabbasso lascia il suo portamento sui tempi forti per marcare il tipico tumbao sincopato ed ecco che il bongocero lascia lo strumento per passare come un fulmine perfido sulla campana ad eseguire la campana detta appunto "di son" non prima però di aver marcato uno o due eleganti colpi acuti in levare a lancio della bocca della campana sul tempo forte. Il cantante lancia la sua prima risposta al coro ed ecco partire in quarta il montuno. Può seguire uno o più "special" e cioè un assolo di qualche strumentista in genere lanciati dai tipici accenti sul 2 e sul 3 di clave ed infine il corale coronato finale.  

Il son è un semplice vibrare di corde unito al pulsare di un tamburo... e proprio quel tamburo (il bongò) è l'unica cosa da avere chiara per ballare un buon son. L'unico ritmo che esegue si chiama martillo e marca impertinente il 4 e l'8... a buon intenditor poche parole...  

Per ascoltare qualcosa di valido vi raccomando le registrazioni del Septeto Nacional fatte per il cinquantenario (!) del gruppo intorno al 1977... Carlos Embale, Bienvenido Leon, Lazaro Herrera, Marino Gonzales & C. fanno faville... altro che Buena Vista Social Club... Sicuramente i vecchi Sierra Maestra rappresentano una valida alternativa (il disco "Rumberos de la Habana" è bello più di un pò) 

 
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